DICHIARAZIONE D’ARTISTA
“Non si può vedere la luce senza l’ombra, non si può percepire il silenzio senza il rumore,
non si può raggiungere la saggezza senza la follia”
Carl Gustav Jung
Il mio lavoro nasce dal fascino per la città, vissuta non solo come spazio costruito, ma come esperienza percettiva e psicologica, capace di riflettere il rapporto profondo e contraddittorio che l’essere umano intrattiene con la realtà. Una relazione in continua tensione tra poli opposti.
Da un lato, infatti, la quotidianità ci mostra quanto la nostra esistenza sia esposta a un incessante bombardamento di stimoli esterni: una sovrapposizione caotica di luci, suoni ed energie che eccitano ed inebriano, ma che al tempo stesso disorientano e alienano. Una forza ipnotica che finisce per assorbire l’individuo, frammentandolo e inglobandolo in un tutto più grande. In contrasto da questa immersione nasce però il bisogno di distacco: un’urgenza profonda di ritrovare stabilità ed equilibrio. Un impulso che spinge a isolare elementi urbani dal loro contesto narrativo per riconoscerli come presenze archetipiche, punti fermi all’interno di un flusso costantemente mutevole.
In questa duplice dialettica si basa la mia produzione artistica, che si muove in uno spettro espressivo dove si alternano complessità e riduzione, sovraccarico e sobrietà, luce e ombra, Percezioni e Visioni.
In Percezioni, le tensioni interiori che emergono dal primo confronto sensoriale, mi spingono a creare versioni alterate e astratte della realtà, partendo dalla fotografia digitale, che elaboro attraverso sovrapposizioni multiple, lunghe esposizioni, e profondi interventi in post-produzione. In questo processo, mi ispiro all’eredità del Futurismo — affascinato dalla modernità ma reinterpretato con lo sguardo disilluso del presente, dove il progresso non è più promessa, ma pressione — e alle suggestioni dell’Espressionismo, traducendo le inquietudini emotive in deformazioni visive mediante strumenti vicini alla glitch e alla media art.
All’estremo opposto, in Visioni, la mia produzione artistica è incentrata sulla riduzione formale e il rigore scultoreo, e apre spazio alla spiritualità visiva. Qui, ispirandomi al minimalismo e al modernismo fotografico, affido alla luce, al contrasto e alla geometria — gestiti con controllo meticoloso — la costruzione di immagini essenziali: strutture visive autonome, capaci di reggersi su un proprio equilibrio, come totem, trofei o icone imbalsamate.
Queste due modalità di espressione non sono in conflitto, ma due facce della stessa medaglia: uno jin e uno yang in continuo dialogo, dove il disordine invoca il rigore, e l’eccesso trova sollievo nel vuoto. Da un lato c’è tensione, dall’altro, la cura; in un ciclo continuo in cui la perdita di sé apre lo spazio alla contemplazione, e l’astrazione restituisce profondità all’esperienza. È in questo equilibrio instabile, in questa alternanza vitale, che si manifesta la verità del nostro tempo.
All’osservatore il compito di scegliere se essere spettatore di un inconscio rivelato o testimone di un'apparizione.
